Assedio

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IL QUADRO STORICO DI RIFERIMENTO
 NEL QUALE SI SVOLSE
 L’ASSEDIO DI CIVITELLA DEL TRONTO


La Guerra del Tronto che vide Civitella del Tronto grande protagonista si inserisce nel quadro della decennale lotta che vide nel sedicesimo secolo protagoniste la Spagna e la Francia con la partecipazione non secondaria del Papato.
C
on la morte del
PONTEFICE MARCELLO II (11 aprile del 1555), salì al soglio di Pietro il CARDINALE GIOVANNI PIETRO CARAFFA assumendo il nome di PAOLO IV; capovolgendo la consolidata vicinanza della Santa sede all’Impero, il nuovo Papa si mostrò nemico dichiarato della Spagna e di CARLO V nell’avviso che fosse necessario tornare alla tradizionale politica Vaticana di impedire che in Italia ci fosse uno stato potente; naturalmente questo intendimento cozzava con la forte presenza spagnola nel nostro paese dove sotto diretta influenza Iberica c’erano la Sicilia, il Reame Napoletano, la Sardegna, la Lombardia, parte del Piemonte e indirettamente anche Toscana e Liguria. ma perché la politica di PAOLO IV avesse possibilità di successo occorreva l’appoggio di un’altra potenza straniera che non poteva che essere la Francia che proprio in quell’anno propose un’alleanza al Pontefice. L’intento era di creare una lega italiana comprendente il DUCA DI FERRARA e OTTAVIO FARNESE e Venezia (ma quest’ultima pur allettata con grosse promesse di future conquiste preferì continuare la tradizionale politica di neutralità): al re di Francia ENRICO II sarebbe andato il controllo di Milano e Napoli da affidare al comando dei suoi figli che sarebbero stati nel frattempo educati sotto la tutela del Pontefice. L’approvazione della lega da parte di ENRICO II avvenne a Roma il 15 Dicembre 1555 e mentre si cominciavano a preparare le operazioni militari per la cacciata degli spagnoli dall’Italia avvennero fatti nuovi che cambiarono radicalmente le carte in tavola. CARLO V improvvisamente abdicò a favore del figlio FILIPPO II e del fratello FERDINANDO, lasciando al primo i Paesi Bassi, la Corona di Spagna e i domini d’Italia e oltre atlantico e al secondo la Corona Imperiale; il 7 settembre 1556 l’Imperatore si ritirò nella solitudine di un convento spagnolo ma prima di rinunciare allo scettro stipulò con ENRICO II a VAUCELLES (3 febbraio 1556) una tregua di cinque anni in virtù della quale i due contendenti dovevano rimanere nel possesso delle loro conquiste. Questo accordo fu concluso all’insaputa del Pontefice che vide mandata a monte la lega appena costituita, con la conseguenza di rimanere esposto alla rappresaglia spagnola. come conseguenza immediata PAOLO IV cercò di ribaltare a suo vantaggio questa tregua mandando ambasciatori presso ENRICO II e FILIPPO II; in particolare alla corte del primo inviò il CARDINALE CARLO CARAFFA suo nipote col compito o di far trasformare la tregua in una pace duratura fra Francia e Spagna o di indurre il sovrano transalpino a rompere la stessa per scendere con decisione in guerra contro il rivale spagnolo – tedesco. CARLO CARAFFA, che per ragioni personali odiava la casata spagnola, fu molto abile a convincere ENRICO II dei vantaggi che una immediata guerra contro FILIPPO II poteva presentare sia per la facilità dell’impresa (favorita – secondo lui – dalle alleanze che si sarebbero avute con molti principi italiani e con i turchi) sia per le prospettive future di un concreto dominio francese sul nostro paese. ENRICO II, persuaso dal CARAFFA, scese in guerra ma le cose non si misero subito bene per lui: al fianco degli spagnoli si schierarono gli Inglesi mentre OTTAVIO FARNESE che in un primo tempo aveva aderito alla Lega Papalina si accostò a FILIPPO II dopo aver avuta la restituzione al suo controlla di Piacenza. Questo stato di cose indusse immediatamente all’azione la Spagna che con le truppe presenti nel napoletano al comando di FERNANDO ALVARES DI TOLEDO DUCA D’ALBA e Vicerè del regno iniziarono l’occupazione dello Stato Pontificio, minacciando addirittura il sacco di Roma. Fu a questo punto che ENRICO II mandò in aiuto del Papa in Italia un corpo d’armata al comando di uno dei suoi più valenti uomini, il DUCA DI GUISA FRANCESCO I DI LORENA. Il Guisa scese la penisola e – come descriveremo in seguito nei dettagli – scelse la strada dell’Adriatico ritenuta più facile dai suoi alleati senza pensare che un manipolo di coraggiosi racchiusi nella cittadella fortificata di Civitella del Tronto lo avrebbero fermato proprio alle porte del Regno di Napoli costringendolo a ripiegare nello Stato Pontificio; la mancata capitolazione di Civitella e la ritirata del Guisa fece fallire sul nascere l’idea di una facile conquista del meridione d’Italia con effetti benefici su tutta la guerra contro gli spagnoli che uscirono invece rinfrancati e più forti che mai. Infatti la guerra Franco – Spagnola cominciò a prendere una decisa piega in favore di questi ultimi anche in territorio transalpino dove le truppe Inglesi e quelle Imperiali comandate da EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA riportarono una serie di brillanti vittorie a Montmorency e a S.Quintino (10 agosto 1557). questi rovesci costrinsero il Re di Francia ad inviare al DUCA DI GUISA un secco ordine di rientro rapido in patria con le sue truppe, cosa che avrebbe lasciato da solo il Papa a fronteggiare gli Spagnoli. PAOLO IV, preoccupato per le prevedibili, terribili conseguenze che si sarebbero avute per il suo Pontificato, mandò immediatamente come ambasciatore COSIMO DE’ MEDICI che riuscì nell’impresa di convincere FILIPPO II a firmare una pace fra Papato e Spagna (14 dicembre 1557) con la restituzione al successore di Pietro non solo di tutte le terre conquistate in questi anni di guerra ma anche la promessa di mandare una delegazione spagnola a chiedere perdono per aver attaccato lo Stato Pontificio. Toccò proprio al DUCA D’ALBA, che in cuor suo aveva sperato di entrare a Roma da conquistatore, recarsi nella Città Eterna quasi da vinto a chiedere perdono a PAOLO IV che lo accolse benevolmente tanto da inviare alla moglie – Viceregina di Napoli – la canonica rosa benedetta. Lo stesso giorno che entrava il DUCA D’ALBA a Roma ne usciva il Guisa che rapidamente tornò in Francia dove poté dimostrare come lo smacco di Civitella non aveva affievolito le sue indubbie doti di gran condottiero riportando una serie di brillanti vittorie, non ultima la presa di Calais tenuta dagli Inglesi. Queste brillanti operazioni del Guisa, pur non capovolgendo le sorti complessive della guerra, indussero tutte le parti in lotta ad iniziare una serie di trattative che facessero finire decenni di morte e distruzione per tutto il continente. Si giunse così al 2 aprile 1559 quando fu firmata la famosa pace di Chateau- Cambresis, le cui storiche decisioni furono rafforzate anche da due matrimoni fra FILIPPO II DI SPAGNA ed ELISABETTA DI VALOIS, primogenita del Re di Francia, e fra il DUCA EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA e Margherita, sorella del Re di Francia. “il trattato di Chateau-Cambresis, completato cinquant’anni dopo da quello di Vervins, e’ stato la carta fondamentale dell’Europa fino al trattato di Westfalia. Pochi atti diplomatici hanno avuto effetti tanto durevoli. La convenzione firmata il 2 aprile 1559 rispondeva alle necessitò del momento in Europa, definiva i limiti dei possessi di ogni nazione; rendeva nullo lo sforzo di Casa Asburghese di tendere alla monarchia universale; indeboliva l’autorità di FILIPPO II in Italia e nei Paesi Bassi; rinchiudeva questo monarca nei confini della Penisola Iberica e assicurava la libertà al resto d’Europa minacciata fi no ad allora dall’onnipotenza di CARLO V” (Callegari).
 


24 APRILE - 16 MAGGIO 1557
L’ASSEDIO DI CIVITELLA DEL TRONTO
DA PARTE DEL DUCA DI GUISA


 

Siamo sul finire dell’anno 1556.

 Il DUCA DI GUISA, FRANCESCO I di LORENA, lascia la Francia alla testa delle sue truppe con l’incarico - conferitogli dal RE DI FRANCIA ENRICO II - di strappare il Regno di Napoli agli Spagnoli. Forte di 12.000 fanti (5.000 Svizzeri Grigioni e 7.000 fra Guasconi e Provenzali), 2.000 cavalli, 450 uomini d’arme con loro arcieri, 700 cavalieri leggeri, 500 guastatori più 12 pezzi di artiglieria pesante, il Condottiero varcò le Alpi e, incoraggiato dalle promesse di aiuto di ERCOLE II D’ESTE DUCA di FERRARA, cominciò la discesa della penisola. Scelse, quale strada di invasione del Meridione, la via Adriatica con l’intento di iniziare la conquista dall’Abruzzo. Dei rinforzi promessi in partenza, il Guisa ottenne solo 1.500 fanti italiani, assoldati per conto del CARDINALE CARLO CARAFFA (nipote e uomo di riferimento del Papa) dall’ascolano ANTONIO TIRALDO. Alcune piccole avanguardie franco – pontificie varcarono da subito il confine con lo scopo di saggiare il grado di resistenza delle popolazioni locali; senza grossi problemi presero CAMPLI (15 APRILE 1557), abbandonandosi ad un terribile saccheggio dell’opulenta cittadina farnesiana. Lo stesso gruppo di militari cercò di attaccare subito Civitella la cui pronta e dura risposta li convinse ad attendere l’arrivo del grosso delle truppe del DUCA DI GUISA.

I Preparativi architettonici e militari all’assedio.

Civitella si presentava più o meno con il medesimo aspetto odierno, senza però la presenza della maestosa Fortezza. Della vecchia fortificazione medioevale, in cima alla rupe rocciosa, era rimasta solo una muraglia debole e diroccata. I lavori di adeguamento del borgo alle nuove tecniche militari (leggi uso delle armi da fuoco) furono guidati dal MARCHESE di TRIVICO. Si trattò, sostanzialmente, di munire la parte orientale (l’attuale zona di Porta Napoli) di alcuni bastioni di fiancheggiamento e di rinforzare con terra, fascine di legna e pietre molte porzioni di muraglia, con particolare attenzione di quelle sottostanti la piazza principale. Si predisposero varie cisterne per la raccolta dell’acqua piovana e si accumulò un’enorme quantità di massi di adeguate dimensioni da scagliare sui nemici, approfittando della particolare posizione a “nido di aquila” di Civitella. Al comando delle truppe di difesa, costituite 1.000 fanti italiani e 2 reparti di giovani locali scelti dal popolo fra i più valenti a maneggiare le armi, il MARCHESE di TRIVICO lasciò il figlio appena ventenne, CARLO LOFFREDO. Il Vicerè di Napoli, FERNANDO ALVARES DI TOLEDO DUCA D’ALBA, inviò a rinforzo 30 cavalieri leggeri con al comando il CONTE DI SANTA FIORE. Uniche artiglierie presenti in città i due mezzi cannoni fatti arrivare dalla Fortezza dell’Aquila.

 Assedio di Civitella.

Il 24 Aprile giunse a Civitella il grosso delle truppe del DUCA DI GUISA e del CARDINALE CARAFFA per cingerla d’assedio. Si accamparono presso il Convento Francescano di S.Maria dei Lumi. Per 8 giorni i Francesi attesero, vanamente, che arrivassero rinforzi e si limitarono a scagliare solo sporadici attacchi, scegliendo le parti più comode, senza utilizzare l’artiglieria; da Civitella si rispose gagliardamente con archibugiate e anche tentando qualche sortita in campo avverso che non pochi problemi creò ai transalpini. Il 1 MAGGIO il Guisa ruppe gli indugi e scatenò l’attacco. Posizionò tutta l’artiglieria a disposizione (1 colubrina e 15 cannoni) sulle colline di fronte al paese e iniziò un furioso cannoneggiamento sulle mura di cinta di Civitella. Una porzione di questa muraglia, in prossimità di un bastione, crollò fragorosamente, non tanto per i colpi ricevuti quanto per gli effetti delle incessanti piogge di quelle giornate che rigonfiarono il terreno. L’entusiasmo dei francesi fu di breve durata. I civitellesi, lavorando giorno e notte, riuscirono in brevissimo tempo a riparare il danno con terra, fascine di legna e pietre.

 Di questo incredibile lavoro furono grandi protagoniste le donne del posto, infaticabili trasportatrici dei materiali. Ma il ruolo delle donne civitellesi non si limitò a questo; furono protagoniste di primo piano della difesa sia portando il cibo ai militari, sia calzando il “morione” (classico elmo protettivo dei soldati) e imbracciando un’arma sugli spalti per far sembrare agli assalitori che ci fosse un numero assai maggiore di armati; diverse civitellesi furono ferite o uccise, ma mai si levò un grido di terrore a svelare al nemico la loro presenza. Il Conte di Santa Fiore e Carlo Loffredo avevano diviso Civitella in quartieri; ciascuno di questi aveva uomini e comandanti con precise disposizioni. Quando il nemico si appressava in una determinata zona partiva l’ordine di spostare gli archibugieri e i due mezzi cannoni in modo da concentrare il fuoco di difesa. Particolarmente abili furono gli artiglieri del borgo nei loro tiri contro i francesi, tanto da provocare non solo lutti fra le fila nemiche ma riuscendo a mettere fuori uso ben tre pezzi degli assedianti. Alla cronica carenza di munizioni, i civitellesi ovviarono riutilizzando gran parte delle palle di cannone scagliate dal Guisa, che si dimostrarono di dimensioni idonee ai due soli pezzi ivi presenti. Le avverse condizioni climatiche, caratterizzate - come già detto - da abbondanti piogge, condizionarono non poco le operazioni di assedio. A causa del terreno fangoso, i francesi dovevano raddoppiare gli sforzi per poter vincere le asperità già notevoli dei luoghi. Queste difficoltà furono tali che il Guisa, vinto dalla collera, ebbe a dire ai suoi che “anche Iddio si era fatto Spagnolo perché impediva a lui le faccende e a quei di dentro dava acqua della quale era informato avevano bisogno”. Nonostante ciò il Duca non rinunciò ai tentativi di presa della città. Abbandonata l’idea di attacco nella parte ad Oriente di Civitella perché la più munita, concentrò i suoi sforzi in quella porzione di mura che dava verso le montagne, più protetta naturalmente e per questo motivo meno difesa militarmente. Per riparare i suoi uomini dalle pietre rotolanti scagliate dall’alto dai civitellesi, il Guisa pensò di costruire due “Gatti”. Si trattò di un riadattamento delle tipiche protezioni dalle intemperie dei cannoni, fatte in travi e tavole, da trasformare in un guscio di riparo per le truppe di assalto, che sarebbero state ulteriormente protette da balloni di lana con il compito di attutire l’impatto dei massi; alcuni ruote sottostanti ne consentivano gli spostamenti. Così attrezzati, alle tre di una delle notti di assedio, preceduti da tiri di artiglieria verso altre zone della città per sviare i difensori, i transalpini cominciarono a risalire il pendio che portava alla porta ovest di Civitella, difesa da un piccolo posto di guardia. Questi soldati, comandati dal Sergente maggiore RICCIO di CARDINO da LECCE, non si fecero sorprendere e liberarono i tanti massi preparati in questa zona; una montagna di sassi precipitò a valle sui poveri guasconi, con una violenza tale che uno dei “Gatti” fu completamente distrutto. Morirono oltre 200 uomini e si registrò un egual numero di feriti. Questo ennesimo, grave rovescio - unitamente agli accresciuti problemi dovuti allo scarso vettovagliamento - innervosì non poco il DUCA di GUISA che rinfacciò al CARDINALE ANTONIO CARAFFA di non aver mantenuto l’impegno di fornire uomini in armi aggiuntivi ai suoi; l’alterco fu tale che il Cardinale abbandonò il campo francese per ritornare dallo zio, PAPA PAOLO IV, a Roma. La strenua difesa di Civitella aveva nel frattempo permesso al DUCA D’ALBA di radunare le sue truppe a Pescara (10 Maggio 1557), dove aveva fatto arrivare per mare molti pezzi di artiglieria dalle fortezze pugliesi oltre a munizioni e vettovagliamento. Il Vicerè di Napoli, forte di 3.000 fanti spagnoli, 5.800 tedeschi, 11.000 fanti italiani e 1.500 cavallieri leggeri e incoraggiato dai successi di Civitella, decise di non aspettare i francesi lungo il fiume Pescara ma di marciargli contro. A tal fine si accampò sulle rive del fiume Vomano. Queste preoccupanti notizie convinsero il DUCA di GUISA a mettere in atto gli ultimi tentativi per prendere Civitella attaccandola dalla parte di settentrione, porzione difesa naturalmente e quindi non fortificata dal MARCHESE di TRIVICO. Spostò qui le artiglierie per battere la vecchia muraglia del forte in rovina da anni; l’idea era quella di tentare una sortita che consentisse di conquistare l’acropoli della rupe rocciosa e da questa posizione di forza colpire il borgo sottostante. Il piano fallì, sia per l’imprecisione dei cannonieri francesi (alcuni colpi finirono addirittura fra i loro compagni accampati nella parte opposta), sia perché i 500 archibugieri - mandati in avanscoperta protetti da balloni di lana - furono oggetto di un furioso fuoco di sbarramento dei difensori e da una gragnola di sassi oltre ad alcuni colpi mandati a segno sparati dai due mezzi cannoni rapidamente spostati in questo lato. Il DUCA di GUISA, fallito anche questo ennesimo tentativo di conquista e turbato dall’essere scampato per poco alla morte in uno scambio di colpi di artiglieria partiti da Civitella, ordinò (mattina del 15 maggio) al grosso delle sue truppe di ritirarsi verso Controguerra e di preparare il ripiegamento su Ancona. Rimase ancora ai piedi di Civitella per un’altra giornata, al comando delle retroguardie che dovevano proteggere la partenza del grosso della sua Armata e solo il giorno 16 MAGGIO, dopo uno scontro cruento con la cavalleria del CONTE di SANTA FIORE uscita dal Borgo, il Condottiero transalpino abbandonò definitivamente i propositi di prendere la città. Dopo 22 giorni di blocco militare, i civitellesi furono liberati; di queste tre settimane di lotta, due furono pienamente combattute e le mura del borgo battute continuamente dalle artiglierie francesi. Alla fine si contarono più di 2.800 cannonate di grosso calibro arrivate nel borgo. La popolazione per ringraziare il Cielo dello scampato pericolo dedicarono la città a SANT’ UBALDO, la cui ricorrenza cadeva proprio il 16 Maggio, proclamandolo solennemente Santissimo Patrono. Benché fu opinione che se il DUCA di GUISA avesse voluto sacrificare un gran numero di suoi soldati avrebbe potuto conquistare Civitella, è indubbio che la resistenza della cittadina aprutina diede tempo al DUCA D’ALBA di riorganizzarsi e di prendere coraggio per marciargli contro. Una cosa è certa: fu un episodio di eroismo compiuto da italiani, perché tutta la difesa fu sostenuta da soldati meridionali e da tutti gli abitanti del luogo che non si limitarono a rimanere chiusi dentro le mura di cinta ma furono protagonisti di varie sortite in campo avverso con esiti spesso vittoriosi e non registrandosi alcun momento di scoraggiamento, nonostante tutti i disagi che dovettero sopportare.

Benefici successivi per Civitella.

L’eroico comportamento dei civitellesi non passò inosservato agli occhi del nuovo RE di SPAGNA FILIPPO II che - su supplica del Vicerè di Napoli FERDINANDO ALVAREZ di TOLEDO DUCA D’ALBA - concesse loro una serie di privilegi, in particolare la franchigia ed immunità da tasse e dazi doganali per 25 anni. L’immunità e la franchigia furono concesse a tutte le donne civitellesi, a ringraziamento del loro comportamento durante l’assedio (questo privilegio si estendeva a tutti gli uomini non del luogo che avessero preso in moglie una civitellese fi no a quando sarebbero sopravvissute le dirette protagoniste dell’assedio). Tra gli altri privilegi, non poteva mancare il provvedere al restauro delle fortificazioni. A una blanda richiesta del DUCA D’ALBA, FILIPPO II rispose con l’ordine non solo di riparare le fortificazioni esistenti ma di iniziare l’edificazione dell’ IMPONENTE FORTEZZA sulle rovine della vecchia costruzione aragonese. Il 15 Settembre 1558 questi privilegi furono ulteriormente ampliati per cui tutte le franchigie ed esenzioni fi scali, concesse all’Università di Civitella per 25 anni, furono estese fino a 40 anni dal giorno della prima concessione.

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Data ultima modifica  02/04/2009

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